Non ho potuto comprendere fino in fondo cosa fosse un Hackathon fino al 29 Settembre 2017, data in cui sono approdata a Firenze al Forum della Leopolda e in cui, grazie alla Dottoressa Giorgia Zunino, futurist e responsabile scientifico dell’area FUTURO, ho potuto immergermi.

“Rare diseases” il focus di questo Hackathon, evento promosso con il supporto non condizionato di Shire Italia.

Le informazioni che avevo raccolto in merito allo svolgimento dell’Hackathon riguardavano il lavoro in squadre composte da figure trasversali tra loro, in questo caso rappresentate da Ingegneri Biotech, Informatici, Designers e componenti delle Associazioni pazienti. Una contaminazione di skills e background imprescindibili per il raggiungimento dell’obiettivo.

Due giorni di tempo per realizzare una soluzione digitale e innovativa per far fronte a quelli che sono gli unmet needs e le problematiche riscontrati nel mondo delle malattie rare.

Ho avuto modo di parlare con il fondatore del gruppo di ricerca Cooperacy, Alessandro Merletti de Palo, responsabile del set up di lavoro. Alessandro prima e durante lo svolgimento dell’Hackathon mi ha illustrato quelle che sono le condizioni fondamentali per una buona riuscita del lavoro:

·       creazione di un ecosistema in cui le varie componenti siano in equilibrio tra loro (location, spazi, acustica, mind-set)

·       parlare di priorità di idee e non di vittoria, il premio è assegnato su base di priorità non escludendo il possibile sviluppo anche delle altre idee

I team sono stati formati dopo un rapido brainstrorming, basato sulle informazioni fornite dalle Associazioni Pazienti, le quali sono state fondamentali per trasferire carica empatica ai presenti accorciando le distanze

I partecipanti delle singole squadre hanno avuto modo di  ruotare liberamente ai vari tavoli di lavoro per condividere le idee emerse e cercare di integrarle tra loro, in quell’ottica di cooperazione che ha fatto da fil rouge per tutto l’evento.

 

Ho avuto modo di apprezzare da vicino la sinergia e l’empatia che riempivano i tavoli dei presenti, un climax crescente di energia che ha creato una sorta di “bolla” attorno all’area di lavoro.

Questo micro-ecosistema ha consentito a tutte le persone che ne facevano parte di esplorare le proprie menti senza costrizioni, riuscendo ad uscire da quelli che mi piace definire “labirinti dei preconcetti”.

Non sono mancati i momenti di criticità, come è giusto che avvenga durante un qualunque processo creativo, nonché presupposto fondamentale per la crescita collettiva. I partecipanti hanno dovuto superare il cosiddetto “limen” che ha consentito loro di attraversare un momento di “symbolic status-reversal”. Questo è stato ciò che li ha portati ad un nuovo modo di pensare, ad un nuovo modo di usare le proprie risorse.

Un portavoce designato per ogni team ha anticipato con alcune slides quello che sarebbe stato il progetto da sviluppare nella giornata successiva, affrontando dopo l’esposizione anche un momento di “disruption” da parte degli spettatori e dei colleghi che ha permesso di portare alla luce eventuali punti deboli su cui poter lavorare.

Il giorno dopo i ragazzi hanno terminato il loro lavoro ed esposto i propri progetti.

5 tavoli, 5 idee, 5 sguardi al futuro convergenti verso un unico obiettivo offrendo 5 vie integrabili di autentica innovazione.

Questo è l’Hackathon, questa è cooperazione, questo è il nuovo modo con cui far fronte ad un mondo in cui le innovazioni sembrano sempre più irraggiungibili.

L’innovazione non deriva direttamente dalla tecnologia ma in primis dal risultato di un uso cooperativo delle menti umane, unite in un’ottica win-win per una causa comune.

Grazie all’Odissea dell’Hackathon ho fatto ritorno a casa avendo scoperto un nuovo modo d’innovare ed innovarsi.

Taiba Lanati