Attilio Bianchi Direttore Generale dell’IRCCS Pascale, Napoli

Mi piacerebbe parlare di questo delicato momento non tanto e non soltanto nell’ottica di che cosa fa la struttura, quanto nella prospettiva degli occhi di chi ci guarda: i nostri pazienti, al fine di meglio aderire a una percezione di bisogno che, già di per sé drammatico, rischia di trasformarsi, nell’era del coronavirus, in un’esperienza oltremodo devastante.

La prima dimensione che abbiamo immaginato di dover presidiare, fin dall’inizio dell’esplosione mediatica legata al COVID-19, è stata quella della rassicurazione dei nostri pazienti. Abbiamo pertanto avvertito, attraverso i media e i social – abbiamo una pagina Facebook che conta fino a oltre 3 milioni di contatti, oltre naturalmente al sito aziendale – che il livello di assistenza non sarebbe cambiato, ma che sarebbe stato rimodulato, senza contraccolpi sull’efficacia terapeutica, soltanto lì dove la sicurezza del paziente ne sovrastasse il rischio potenziale.

Nulla è infatti più fragile del pensiero di un paziente oncologico, rispetto alla percezione che possa “mancare qualcosa” nel complesso puzzle terapeutico che deve affrontare.

Costituita poi un’Unità di crisi interna, abbiamo via via provveduto a emanare alcune direttive, riadattandole man mano che gli organi istituzionali ne offrivano di nuove, ma rimodulandole sempre alla luce della peculiarità dei nostri pazienti, fragili soprattutto perché sono – tutti – immunodepressi.

Il nostro driver fondamentale, decisivo direi, è stato che la sicurezza del paziente deve coincidere sempre con la sicurezza dell’operatore, non potendoci permettere il rischio che l’operatore non adeguatamente protetto si ammali, e si trasformi in un untore.

Dal punto di vista pratico, il paziente all’ingresso per il ricovero riceve un triage anamnestico, misurazione della febbre e, se non ne è fornito, una mascherina chirurgica; naturalmente, in caso di positività viene reinviato a domicilio e affidato ai servizi territoriali.

Laddove si verificasse invece la positività di un operatore, tutti i contatti asintomatici vengono sottoposti a test, ripetuti ogni 48/72 ore, mentre eventuali sintomatici sono automaticamente allontanati.

Sul piano operativo, abbiamo lasciato inalterata l’attività chirurgica per le prestazioni di tipo A, incrementandone anzi l’attività, così come nel DH. Per le ambulatoriali, tutte le prime visite sono garantite, mentre abbiamo agito sui follow up non urgenti riposizionandoli nel tempo.

A tal fine però, per non incidere sulla fragilità psicologica dei pazienti, abbiamo attivato un numero verde supportato da un call center gestito da personale formato, al quale ci si può rivolgere per ogni tipo di informazione e/o per essere messo in contatto con il proprio oncologo, al fine di inviare esami e quant’altro, in maniera che poi il medico possa individuare ulteriori necessità operative.

Provare a interpretare il tempo del COVID-19 con gli occhi di chi guarda è stato la nostra scelta strategica e far coincidere la sicurezza del paziente con quella dell’operatore, il nostro driver operativo.

3.654 operatori contagiati, a oggi, ci devono far pensare.

Se non saremo capaci di arginare questo fenomeno, ho seria difficoltà a individuare chi, domani o dopodomani, potrà continuare a occuparsi di pazienti la cui patologia, come l’infarto o l’ictus, purtroppo non può andare in quarantena.

l’articolo originale su Onco News>> pubblicato il 25 marzo 2020 da Andrea Ludovico Baldessin Chief Business & Content Officer presso Edra LSWR